L’eleganza decadente della Grande Bellezza – Recensione

Toni Servillo è Jep Gambardella, scrittore di un’unica opera “L’apparato umano” che ha riscosso il successo di pubblico e critica nell’età giovanile per poi sprofondare in una crisi creativa che non gli ha permesso di scrivere più nulla. Fagocitato a 26 anni nella mondanità romana ha deciso di diventare il re delle feste, colui che ha anche il potere di farle fallire. Jep, da scrittore di grandi promesse, è diventato un simbolo di questo mondo alienato e grottesco, ricalcando i ruoli di giornalista di costume, critico artistico e opinionista. E’ l’artista rassegnato e disincantato, ormai sessantacinquenne e sull’orlo dell’estinzione, si muove in questo zoo di attrici fallite, poeti muti, ex soubrette televisive cocainomani dal successo ormai lontano e dal presente di un vuoto intossicante. Sorrentino non ci risparmia ritratti dello sfasciume sociale: dal latitante mafioso, vicino di Jep e l’unico in grado di rivaleggiare con la sua eleganza, ai cardinali buongustai, nobili decaduti in affitto, scrittrici di partito elevate alla carriera televisiva.

Jep cita due volte Flaubert, che avrebbe voluto scrivere il libro sul vuoto e dice: “Se non ci è riuscito Flaubert, vuoi che ci riesca io?” Il vuoto, l’apparenza, la superficialità sono le colonne portanti di dell’opera di Sorrentino.
Jep è un seduttore, capace di ammaliare con un’ironia disincantata ma soprattutto con una sincerità spietata ma elegante.
Ha una parola per ognuno, profondo conoscitore dell’animo umano non giudica e, anche quando lo fa, include se stesso in un’autoironia brillante e rassegnata.
Ogni personaggio è la maschera di se stesso, costretto a vivere nella ripetizione di un copione ormai consunto. Nessuno può evadere da questo circo perverso se non con la morte. Eccezion fatta per Verdone, che una volta ottenuto il successo teatrale, rincorso da una vita, decide di lasciare tutto per tornarsene in provincia.

I personaggi di Sorrentino sono delle statue di cera, dal volto plasmato in un rictus d’agghiacciante tristezza.
Da questo grottesco cabaret si salva il personaggio di Ramona, interpretato da Sabrina Ferilli, spogliarellista quarantenne è l’unica a sfoggiare ancora tratti d’umanità ed emozioni pure come la preoccupazione per il pianto della bambina che forzata dai genitori sfoga la propria rabbia imbrattando una gigantesca tela di colori per compiacere un critico d’arte.
All’inizio del film (trailer ufficiale a fondo articolo), Sorrentino cita Celine e il suo viaggio al termine della notte, l’opera più famosa dello scrittore francese che descrive la miseria e l’aridità della coscienza umana, come i trenini durante le feste a casa di Jep: “Sono i trenini più belli di Roma, perché non vanno da nessuna parte”.
Del tutto inopportuno il paragone con la Dolce vita di Fellini se non per lo sfondo della sacralità eterna della città di Roma. Il racconto di Servillo è un abisso impietoso e freddo, raccontato nelle movenze e nelle caricature dei suoi personaggi. Verdone, intervistato a Cannes, parla di una Roma metafisica e psichedelica.
Alla fine dovrà essere abbandonata ogni illusione. Jep dirà: “E’ tutto un trucco”, come il trucco del suo amico prestigiatore che fa scomparire una giraffa. Il trucco della finzione che verrà superata con l’arrivo della Santa, la mistica che vive di povertà e si ciba solo di radici. La Santa, che tanto assomiglia a madre Teresa di Calcutta, spiegherà a Jep la via per tornare a scrivere: il ritorno alle proprie radici.

Vincenzo Ciccone

Giornalista, psicologo e viaggiatore. G+

© Cinetvmania.it, riproduzione riservata. Dove presenti, i video resteranno online solo per un periodo di tempo limitato.